mercoledì 1 agosto 2012

Il concetto dello Zero.


Nel 1985 lo scrittore statunitense Bret Easton Ellis pubblicò il suo primo romanzo Less than zero, in altre parole Meno di zero, che in pratica era la tesina finale del corso in scrittura creativa che aveva frequentato con merito. È la storia del protagonista e degli innumerevoli personaggi di contorno, tutti abbastanza livellati fra loro, che rappresentano una classe sociale materialista, affettivamente incapace e pericolosamente propensa alle esperienze estreme, ma è soprattutto un romanzo che descrive freddamente l’atmosfera e la filosofia degli anni ’80. Il romanzo fece successo e ne seguì anche un film.
Da quegli anni dorati sono passati ormai due decenni, anni che hanno permesso all’industria della pubblicità e dell’immagine di perfezionarsi a tal punto da riuscire anche a far tornare di moda alcuni oggetti e manie dell’epoca. Ed è certo che i più grandi e radicati miti nel nostro tempo sono esplosi a livello globale proprio allora, come la Coca Cola Light, i Levi’s, ecce cc.
Devo dire che oggi analizzando i più svariati prodotti commerciali, forme di comunicazione, spot e produzione d’immagine in generale, mi è balzata all’occhio l’importanza di avere, per la maggior parte dei brand, in qualche modo, in qualche etichetta della confezione, la scritta, la formula magica “Zero”.
Lo Zero rappresenta un universo di simbologie per l’essere umano; è l’unico numero reale, né positivo né negativo. È il punto di partenza per tutte le civiltà.
In tutti i settori merceologici e in tutto il mondo lo Zero sembra avere un’importanza così profonda, atavica e commerciale stupefacente.
I deodoranti hanno impatto Zero sulla pelle, Le bevande non contengono più un granello di zucchero, così gli yogurt e tutto quello che si può mangiare.
Con la dicitura Zero c’è di tutto e in tutti i settori merceologici, editoria, arte, personaggi famosi e alimentare soprattutto.
E poi alla fine, come se non bastasse l’overload informativo, sono arrivati i prodotti a kilometro Zero, che alcuni considerano una bufala. Per quanto riguarda le grandi città, infatti, la qualità dei prodotti è inficiata dal posto specifico della coltivazione poiché solitamente nelle zone limitrofe alla città, che di solito vengono utilizzate per lo stoccaggio e il riciclo dei rifiuti, ci sono anche delle zone verdi che notoriamente assorbono lo smog attirandolo. Ma a parte questo la dicitura Kilometro Zero impone che i prodotti siano coltivati entro 999 metri. Impossibile no?
Ma volevo chiudere con una provocazione, vista e considerata la superficialità sempre più dilagante nella nostra società e il modo con il quale conduciamo i nostri rapporti, non è che sarà il nostro intelletto ad essere diventato Zero? Quanto meno possiamo sempre dire Light.

RCD